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Telemedicina ospedali

La Telemedicina ai tempi della pandemia (e anche dopo)

L’emergenza Covid-19 ha contribuito a rendere nazionalpopolare il termine “Telemedicina”, tanto che ormai se ne parla praticamente ovunque e moltissimi pazienti hanno avuto la possibilità di provarla in prima persona.

Ha anche prodotto l’effetto di far cambiare idea a molti medici che sino a un anno fa guardavano la telemedicina come a un gadget più o meno divertente ma non degno di loro, e non adatto a “fare le cose sul serio”.

Adesso, con l’imminente arrivo di fondi europei, la telemedicina viene guardata con molto interesse da tutti e tutti si stanno adoperando per sviluppare soluzioni e servizi da proporre a un mercato destinato a diventare promettente nel giro di un paio d’anni.

Le cose non sono però così semplici come potrebbe sembrare: non basta una piattaforma software, per quanto ben fatta possa essere.

È un po’ come quello che sta succedendo nella didattica a distanza: non basta Zoom per portare in digitale un processo di insegnamento progettato per essere analogico. Persino gli studenti, giovani molto più che confidenti con le tecnologie e molto più che capaci di dominarle, faticano a traslare in digitale i loro meccanismi di apprendimento.

Per non parlare dello smart working, che si è ridotto a un mero lavoro a distanza dove i processi e i modelli organizzativi sono rimasti fondamentalmente invariati.

Tutto è successo talmente in fretta che è stato praticamente impossibile reinventare processi, modelli organizzativi, “riti”, modalità di interazione davvero “smart”.

Reinventare e ridisegnare i processi di diagnosi, terapia e cura

La sanità pubblica, che di telemedicina sinora ne ha fatta davvero poca, si trova adesso nella situazione di doversi reinventare completamente, di dover ridisegnare molti processi di diagnosi, terapia e cura mettendo ovunque il prefisso “tele”. Il tutto in un contesto dove il formalismo, la rigidità procedurale, la mancanza di competenze specifiche, rappresentano vincoli e criticità non da poco.

Fare una televisita non significa solamente utilizzare un software e una telecamera. Significa in qualche modo “reimparare” il mestiere, perlomeno per quanto riguarda gli aspetti relativi alla comunicazione e alla capacità di quella che con un’espressione orrenda (ma efficace) potremmo chiamare la “tele-empatia”.

Mettersi davvero in contatto col paziente, imparare a guardarlo con gli occhi della videocamera, cogliere i dettagli, sono capacità che non si improvvisano.

Un altro aspetto non banale che può trasformarsi in criticità è quello relativo alla definizione di percorsi diagnostico-terapeutici che sfruttino i benefici della telemedicina ma che al tempo stesso mantengano il focus sull’appropriatezza e sull’outcome clinico, non limitandosi a “usare il computer per parlare coi pazienti”.

Imparare a fare Telemedicina

Imparare a fare Telemedicina. Questo dovrebbe essere il principale obiettivo delle strutture sanitarie pubbliche, prima di ogni altra attività di selezione e di acquisto di soluzioni tecnologiche.

Già, ma imparare da chi?

Da chi la telemedicina la fa già da tempo, e non solo come produttore di tecnologie.

Non ci si può permettere di improvvisare, né tantomeno di scopiazzare esperienze e buone pratiche reperite su Internet.

Qualità delle piattaforme di telemedicina

Un altro discorso importante che sovente viene sottovalutato è quello relativo alla qualità delle piattaforme di telemedicina e soprattutto di tutte le tecnologie e soluzioni “di contorno”.

Il mercato della telemedicina subirà, già a partire da questo 2021, profonde trasformazioni anche sotto il profilo della profondità di supporto clinico che verrà “portata dentro” le attuali piattaforme di televisita e teleconsulto.

A partire dall’Intelligenza Artificiale, che potrà fornire ai medici un supporto davvero molto importante per quanto riguarda la “cattura” e l’interpretazione di segnali (“segni”) in sede di colloquio coi loro pazienti, di ricostruzione anamnestica, di interpretazione di immagini diagnostiche, eccetera.

Lo sforzo degli sviluppatori si dovrà concentrare nel concepimento di piattaforme che vadano oltre alle funzionalità “Zoom like”, mettendo a disposizione dei medici soluzioni realmente efficaci, e dando ai pazienti la possibilità di creare e mantenere un filo diretto con tutti i professionisti che hanno a che fare con lui.

Si dovrà superare (e lo si sta già facendo) il modello di relazione “uno a uno”: nella gestione di casi complessi si dovrà poter effettuare televisite/teleconsulti “uno a molti”, col paziente che “si fa vedere” – ad esempio – contemporaneamente dal suo MMG, da un cardiologo e da uno pneumologo, col risultato di rendere estremamente più efficace un intero percorso di cura complesso.

Abbiamo sdoganato la Telemedicina, adesso vediamo di farla davvero bene.

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Blog di informazioni mediche a carattere divulgativo redatto da medici Ultraspecialisti.

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Paolo Colli Franzone

Paolo Colli Franzone

Istituto per il Management dell’Innovazione in Sanità

Presidente di IMIS – Istituto per il Management dell’Innovazione in Sanità, nonché Amministratore di NetSquare e Direttore Scientifico dell’Osservatorio Netics.

Si occupa di trasformazione digitale in ambito sanitario da oltre 30 anni, fornendo servizi di consulenza organizzativa a strutture sanitarie pubbliche e private e consulenza strategica ai principali vendor IT specializzati in Sanità. Autore di “The Healthcare Digital Revolution” (PKE Editore, 2016) sta per dare alle stampe il suo nuovo “Corpi Connessi: la Sanità del Futuro”, dove descrive scenari sostenibili per l’innovazione di processo finalizzata alla trasformazione digitale.