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Cannabis terapeutica per patologie neurologiche e neurodegenerative

a cura del dr. Marco Bertolotto
Medico Anestesista Specializzato in Terapia del Dolore

Quali malattie neurologiche e neurodegenerative possono essere trattate con farmaci a base di canabinoidi?

Di seguito l’elenco e le descrizioni delle principali patologie neurologiche e neurodegenerative che possono beneficiare di un trattamento con cannabis terapeutica.

Adhd: Disturbo da Deficit di Attenzione Iperattività

La sintomatologia di questo disturbo è caratterizzata da deficit di attenzione, spiccata impulsività sia verbale che comportamentale, ed un’iperattività dal punto di vista motorio.

I soggetti che ne soffrono, che spesso sono i bambini, mettono in luce un atteggiamento irrequieto o eccessivamente vivace, spesso accompagnato da difficoltà nel mantenere l’attenzione o nel rispondere in maniera adeguata ad un comando ricevuto da parte di una figura adulta.

I soggetti con ADHD, solitamente, parlano in maniera continuativa, sovrapponendosi all’interlocutore senza attendere che questo abbia concluso la propria discussione. Sono bambini soggetti a cadere in banali provocazioni e ad essere facilmente coinvolti dagli stimoli del mondo esterno. Questi, rispetto ai loro coetanei possono trovare maggiori difficoltà nell’apprendimento, spesso legati a problematiche come la dislessia o la disgrafia. Tutte queste componenti vanno a delineare un quadro clinico che, non raramente, può sfociare in uno stato ansioso depressivo o a disturbi legati al sonno.

In questa patologia, un approccio ad una terapia a base di cannabinoidi risulta essere un valido supporto: soprattutto il CBD infatti è in grado di andare ad agire sullo stato psicologico del paziente in maniera favorevole, lasciando da parte gli effetti psicoattivi legati all’uso del THC. In questa tipologia di disturbo il CBD può essere utilizzato sia a scopo preventivo, sia nel cronico. Insieme al paziente è necessario valutare la modalità di trattamento e la via di somministrazione più adeguata.

Alzheimer

La malattia di Alzheimer è un disturbo progressivo ed invalidante che colpisce il cervello. Tale patologia si presenta con maggiore frequenza dopo i 65 anni ed è caratterizzata da una sintomatologia che varia in maniera significativa da individuo ad individuo, sia in termini di tempistiche della manifestazione, sia in termini di tipologia.

È una forma di demenza che va ad alterare le abilità mnemoniche dei soggetti affetti, compromettendone i ricordi, la comprensione, il pensiero ed il comportamento, e che dunque conduce ad un progressivo peggioramento della qualità della vita.

L’insorgenza di questa malattia può avvenire anche in maniera precoce tra i 40 ed i 50 anni: si parla in questo caso di una condizione di Alzheimer definita “ad insorgenza anticipata”.

Nonostante i notevoli sforzi attuati dalla ricerca medica negli anni, ad oggi, questa rimane una patologia contraddistinta da un’eziologia poco conosciuta.

La diagnosi viene effettuata attraverso alcuni test ed alcuni esami clinici: in particolare, viene individuata una correlazione tra la presenza di placche amiloidi a livello encefalico e di alcuni ammassi neurofibrillari nel cervello. La formazione delle placche e degli aggregati neurofibrillari porta ad una riduzione della plasticità che si traduce in una difficile comunicazione tra neuroni.

Per le persone affette da tale patologia non è disponibile, ad oggi, alcun tipo di trattamento risolutivo; tuttavia, alcuni approcci farmacologici si sono dimostrati efficaci nel rallentare la progressione, così come a livello preventivo sussistono alcuni comportamenti in grado di incidere significativamente sulle tempistiche di insorgenza dei sintomi più gravi (e.g stimolazione mentale, esercizio fisico, dieta equilibrata).

Il primo campanello di allarme della possibile presenza di Alzheimer riguarda la memoria a breve termine: il sintomo più tipico infatti è proprio la difficoltà di ricordare informazioni apprese di recente.
In seguito, la progressione della malattia porta ad uno stato di disorientamento sempre più marcato, inducendo alterazioni umorali e comportamentali nella persona affetta che presenterà dunque vere e proprie fasi di amnesia e di atteggiamenti paranoici nei confronti delle persone vicine (e.g familiari).

Nelle fasi più gravi, all’amnesia e il disorientamento possono sopraggiungere difficoltà nella parola, difficoltà motorie, disfagia ed agitazione.

Il decorso della patologia può essere classificato in quattro fai definite:

  • Pre-demenza
  • fase iniziale
  • intermedia
  • finale

Durante la prima fase, si manifestano i primi sintomi, molto spesso confusi con quelli della demenza senile legata all’età: il paziente dimentica facilmente dati recenti, fatica ad associare i termini con il significato, l’attenzione è ridotta, si palesano stati depressivi e una certa irritabilità.

La fase iniziale è contraddistinta da problematiche legate ai movimenti ed al linguaggio, nonché dalla difficoltà nello svolgere attività di vita quotidiane.

Nella fase intermedia il paziente non è più indipendente, ed al quadro sintomatologico precedentemente descritto, sopraggiunge l’afasia che incide sul linguaggio e l’espressività, mentre lettura e scrittura vengono abbandonate. La coordinazione è inoltre scarsa, causando frequenti cadute.

In questa fase si manifestano problematiche legate al riconoscimento dei volti familiari, la memoria peggiora determinando forti sbalzi d’umore, ed inoltre sopraggiungono problematiche nel controllo della minzione e della defecazione. 



Nell’ultima fase il soggetto non è più indipendente e perde lentamente la parola. Lo stato è spesso apatico, stanco e con qualche picco di aggressività. La capacità di movimento è compromessa, mentre la morte sopraggiunge spesso per la concomitanza con altri fattori, come infezioni o patologie concomitanti.

Come altre patologie degenerative, il Morbo di Alzheimer rappresenta una condizione ad alta complessità di cura, sia per il paziente, sia per i familiari che spesso sono i suoi caregiver.

Difronte alla patologia in stato avanzato la gestione del paziente richiede una complessa organizzazione, dato il sopraggiungere di un forte stato di agitazione psicomotoria ad un quadro già molto complesso. L’inserimento di una terapia con cannabinoidi in questo contesto è pensata per contenere lo stato di agitazione e migliorare il sonno, stimolare l’appetito e migliorare l’equilibrio. L’esperienza clinica è spesso positiva con i pazienti trattati con una cannabis THC-CBD in rapporto 1:1, perché è in genere ben tollerata dalle persone anziane. I risultati sono tuttavia caratterizzati da una forte variabilità individuale, nonchè dalla condizione clinica all’inizio del trattamento. Affiancare un percorso nutrizionale adeguato può dare risultati molto soddisfacenti, soprattutto nelle fasi precoci di malattia: i pazienti sono più gestibili, meno agitati e talvolta rispondono meglio ai trattamenti farmacologici, compresi i cannbinoidi.

Autismo

L’autismo è un disturbo del neurosviluppo che si manifesta nei primi tre anni di vita del bambino. Tra le anomalie che si riscontrano nei soggetti affetti vi sono problematiche legate alle interazioni sociali, a loro volta derivanti da deficit nella comunicazione verbale e nell’utilizzo del linguaggio non verbale. Tra le altre caratteristiche vi è la presenza di interessi circoscritti e la manifestazione di comportamenti ripetitivi. Quest’ultima, in particolare, è la condizione che generalmente cattura l’attenzione dei genitori.

Tale patologia non è sempre diagnosticata durante l’infanzia, infatti non è raro assistere a diagnosi in età adolescenziale o in età adulta.

Le cause della condizione sono ancora in fase di studio da parte della ricerca, anche se sono stati individuati possibili fattori legati all’ambito neurologico-costituzionale ed altri di tipo psicoambientale che potrebbero favorirne l’insorgenza, tra i quali: anomalie genetiche e metaboliche, alcuni episodi familiari, la nascita pretermine con peso sotto la media e una forte carenza di vitamina D durante la gravidanza materna

L’eterogeneità del quadro sintomatologico costituisce la principale difficoltà in fase di diagnosi. Per questo si fa riferimento ai Disturbi dello Spettro Autistico (DSA o in inglese ASD, Autistic Spectrum Disorders): una definizione che comprende tutta una serie di sindromi collegate da sintomi e caratteristiche comuni, ma con intensità e manifestazioni differenti: infatti, in alcuni casi il paziente può mostrare abilità e aspetti di vita molto compromessi, mentre in altri le capacità quotidiane e sociali rimangono comunque buone. Si denota una prevalenza superiore nella popolazione maschile rispetto a quella femminile.

La diagnosi dei DSA non prevede l’impiego di esami strumentali, ma si avvale unicamente di esami clinici, e sull’osservazione e l’analisi dei comportamenti.

L’autismo rientra inoltre tra i disturbi pervasivi dello sviluppo, insieme alla sindrome di Asperger, la sindrome di Rett e il disturbo disintegrativo dell’infanzia. Questa condizione può presentarsi già intorno ai sei mesi di età, con un andamento che tende a consolidarsi durante i primi anni di vita. Il disturbo può proseguire per il resto dell’esistenza senza o quasi possibilità di remissione.

La condizione trova nella moderna psicologia clinica dello sviluppo un valido supporto per produrre dati scientifici indispensabili ad una valutazione completa del paziente. Inoltre, la disciplina è adatta anche a proporre linee di intervento riabilitativo e di sostegno in grado di offrire strumenti di supporto al paziente e ai suoi familiari nella gestione.

È possibile che un paziente affetto da autismo presenti altre problematiche concomitanti come ad esempio il disturbo da deficit di attenzione/iperattività – noto anche come ADHD – la sindrome di Down, l’epilessia, la sindrome di Landau-Kleffner, la rosolia congenita, oltre a vari disordini genetici legati alle alterazioni del gene FMR-1.

I primi segnali si osservano entro i tre anni di età, attraverso ritardi nella comunicazione verbale e non verbale. È possibile che in alcuni casi la comunicazione verbale sia completamente assente, in altri invece si manifesta attraverso la ripetizione di parole o intere frasi, o con un linguaggio personalizzato. Tra le altre caratteristiche dei pazienti autistici vi è lo scarso interesse nell’interazione con chi li circonda, per questo motivo tendono a isolarsi, a non esprimere le loro emozioni e a non instaurare un contatto visivo.

I più piccoli cercano conforto nell’isolamento personale, fino al punto di eludere risposte a quesiti e domande che vengono loro poste. Alcuni movimenti e posture sono ripetute in modo ossessivo, mentre l’interesse è limitato a pochi elementi in grado di catturare la loro attenzione, come gli oggetti dalla forma tonda.

L’astrazione dalla realtà si palesa con intensità differente in base alla gravità della situazione, ma sempre con una forte attenzione nei confronti di un mondo interiore, dove cercare conforto e protezione. Per questo cambiamenti e modifiche delle abitudini consuete andranno affrontate con il giusto supporto, per non scatenare una reazione fobica e di allarme. Oggetti, giochi e attività quotidiane devono presentarsi nell’ordine consueto a cui è abituato il paziente, così da non favorire disagio ed esternazioni quali pianto, autolesionismo o passività totale. 

Tra i sintomi si possono individuare il comportamento ossessivo-compulsivo, sia verbale che fisico, ansia e sbalzi di umore che vanno dalle crisi aggressive fino all’apatia più totale. Oltre a questi, si riscontrano rabbia, collera, gioia e terrore: tutte sensazioni spesso espresse in modo esagerato. Talvolta, le emozioni negative possono manifestarsi anche  con espressioni forti, turpiloquio compreso.
Il paziente potrebbe inoltre mostrarsi intimorito da tutto ciò che risiede fuori dal suo mondo interiore, mostrando estrema diffidenza. Si tratta di un meccanismo di protezione, ovvero della necessità di allontanarsi da tutte quelle circostanze di vita che potrebbero essere percepite negativamente.

Nella pratica clinica abbiamo avuto modo di conoscere alcuni pazienti con Disturbo dello Spettro Autistico di giovane età (bambini e adolescenti). L’approccio proposto in questi casi prevedeva un trattamento soprattutto a base di CBD, cannabidiolo, che agisce efficacemente sui principali sintomi di questa patologia. È stata osservata una spiccata azione sulla gestione dello stato ansioso e sull’agitazione, mantenendo i pazienti più vigili rispetto all’impiego di altri farmaci. Inoltre, alcuni familiari hanno riferito una maggior reattività nell’apprendimento e curiosità. Gli effetti, come per ogni trattamento, sono individuali ed anche il dosaggio efficace deve essere calibrato ed adattato sul singolo paziente. In affiancamento, può essere utile impostare un percorso nutrizionale mirato: soluzione che può fornire un grande aiuto nel migliorare il quadro clinico e aumentare l’efficacia del trattamento.

Cefalea

La cefalea è un dolore che si estende dal capo fino ai muscoli del collo, andando a coinvolgere anche il cuoio capelluto e, spesso, il viso. Si tratta di un disturbo di tipo neurologico le cui cause sono da riconducibili alla sensibilità agli stimoli dolorosi che raggiungono i distretti cerebrali, quelli del collo e del viso, come gli occhi, la cute, i denti, i muscoli.

Nonostante un’elevata incidenza, si tratta di una patologia spesso sottovalutata e che si presenta sotto diverse forme: ad oggi quelle riconosciute sono circa 200.

I sintomi di questo disturbo sono caratterizzati da un dolore descritto come continuo e persistente ed aspecifico. A seconda dei casi e delle modalità attraverso le quali questa si manifesta, la cefalea può portare, oltre che ad un disagio di tipo fisico, anche ad un disagio di tipo psicologico, fino a ridurre notevolmente la qualità della vita dei pazienti che ne soffrono.

Le cefalee si classificano in primarie e secondarie: le prime sono contraddistinte da un dolore definito autonomo (non legato ad altre patologie), le seconde invece originano in conseguenza della presenza di altre patologie concomitanti, che possono essere di diversoa natura oltre che di grado diverso in termini di gravità.

Tra le forme più conosciute troviamo la cefalea di tipo tensivo e l’emicrania, mentre altre forme meno comuni sono conosciute con il nome di cefalea a grappolo, cefalea cronica e nevralgia del trigemino.

La cefalea di tipo tensivo si manifesta attraverso un dolore pulsante che può interessare il lobo occipitale o frontale, alle volte, anche tutto il capo. A favorire l’insorgenza di tale disturbo vi son o una serie di fattori tra cui la tensione nervosa, lo stress, l’affaticamento mentale, un eccessivo sforzo di concentrazione o il prolungato mantenimento di una postura scorretta.

Per quanto riguarda l’emicrania, essa presenta un mal di testa pulsante che si manifesta con attacchi periodici. In alcune circostanze, al mal di testa pulsante e dolente, si accompagna un relativo annebbiamento della vista: in questo caso si parla di emicrania con aura. Saltuariamente, a tale sintomatologia si associano altri sintomi come la nausea ed il vomito.

Quando a colpire il soggetto è un dolore intenso e lancinante unilaterale, siamo difronte alla cefalea a grappolo. A contraddistinguere tale patologia è la periodicità, con attacchi prolungati e dolorosi che si presentano prevalentemente nelle ore notturne.

Approcciandoci alla complessità di questa patologia in maniera generica, è possibile affermare che una terapia a base di cannabinoidi può risultare essere un buon alleato nella gestione degli episofi acuti di cefalea ed emicrania, agendo in sinergia con le terapie già in atto.

Nella gestione delle acuzie risultano particolarmente indicati i preparati da assumere per via inalatoria che, grazie alla loro rapidità di azione, possono portare sollievo in un tempo molto breve. Per un’azione che vada ad agire nel lungo periodo e quindi nel cronico, sarà necessario trovare insieme al soggetto interessato la modalità di trattamento più adeguata tenendo conto della tipologia di cefalea, dell’età e delle caratteristiche individuali. Qualunque sia l’approccio scelto, l’obiettivo è quello di andare a ridurre la frequenza delle crisi e di attenuarne l’intensità.

Epilessia

Si tratta di una condizione neurologica che si manifesta attraverso delle crisi convulsive di entità e durata differente. La causa di questa condizione non è sempre nota, ma interessa il sistema nervoso centrale ed in particolare i neuroni: essi infatti, in tale condizione, presentano un’attività anomala ed eccessiva. Proprio questa alterazione induce, oltre alle convulsioni, anche una serie di reazioni che possono condurre alla perdita di coscienza.

Nell’epilessia primaria o idiopatica quasi mai è ben nota la causa scatenante, tuttavia sussistono determinati fattori che possono contribuire all’insorgenza di tale patologia: tra queste ritroviamo una predisposizione genetica, traumi cranici, ictus e tumori. A queste si vanno ad aggiungere alcune malattie infettive quali meningite AIDS, encefalite virale, disturbi dello sviluppo e lesioni pre e perinatali

Nell’insorgenza dell’epilessia possono essere coinvolti anche fattori di tipo più comune come l’insonnia, lo stress, l’esposizione ambientale a determinati fattori e l’abuso di alcool e droghe.

L’azione e il ruolo del CBD nell’epilessia, sono ormai saldamente riconosciuti, e l’approvazione da parte di EMA di Epidiolex è solamente l’ultima conferma. Il CBD può essere somministrato sotto forma di olio o in capsule, è privo di effetti psicotropi e la sua efficacia clinica è ampiamente riconosciuta nel trattamento dell’epilessia. I risultati naturalmente variano da individuoo ad individuo ma nella maggior parte dei casi i pazienti riportano un miglioramento rispetto alla condizione di partenza. Il dosaggio iniziale è da ricercarsi per step, seguendo il paziente durante il suo percorso.

Sclerosi Multipla

La Sclerosi Multipla è una patologia a carico del sistema nervoso centrale, nota anche con il nome di sclerosi a placche. La Sclerosi Multipla è una patologia innescata da un anomalo funzionamento del sistema immunitario, per questo motivo è definita autoimmune; in particolare, l’azione degli agenti del sistema immunitario sui neuroni presenti a livello centrale induce il deterioramento della guaina mielinica (elemento di fondamentale importanza nella corretta trasmissione degli impulsi nervosi) compromettendo il corretto funzionamento della trasmissione.

Nel tempo, la reazione autoimmune provoca lesioni e favorisce la formazione delle cicatrici – ovvero le sclerosi – sulla sostanza bianca del midollo spinale, del cervello e dei nervi ottici. Il processo infiammatorio può colpire anche le cellule specializzate nella produzione della mielina, gli oligodendrociti, oltre che le fibre nervose stesse: questa condizione è nota come demielinizzazione.

Si tratta di una malattia cronica per la quale non vi è ancora una cura precisa. I pazienti affetti possono contare solamente su terapie atte a rallentarne il decorso clinico.

Ad oggi, non è ancora stato chiarito che cosa esattamente provochi l’insorgenza di questa patologia.
Tra le possibilità messe in evidenza dai ricercatori vi è la correlazione tra diversi fattori: fattori di genetici, ambientali ed infettivi. La patologia è infatti considerata multifattoriale: ad esempio, in alcune aree del mondo la diffusione risulta correlata con una scarsa esposizione alla luce solare e alla vitamina D. La carenza di questo elemento sembra incidere in modo rilevante come fattore di rischio e, come è noto, la sua produzione è legata proprio all’esposizione solare.

Sebbene la malattia non abbia carattere ereditario, e non venga trasmessa dai genitori ai figli, vi è comunque una predisposizione leggermente maggiore tra i componenti dello stesso nucleo. Inoltre, esiste una correlazione tra la possibilità di sviluppare la Sclerosi Multipla e l’appartenenza a determinati gruppi etnici. Gli agenti infettivi come virus e batteri possono scatenare il disturbo, in particolare quello della mononucleosi (Epstein-Barr), in tandem con altri fattori. Non ultimo il fumo, che pare possa rappresentare un elemento scatenante.



Leggermente più frequente nel sesso femminile, con un rapporto maschi/femmine di 2 a 3, la Sclerosi Multipla colpisce prevalentemente soggetti giovani-adulti: nel 70 % dei casi insorge infatti, tra i 20 e i 40 anni con un picco di incidenza intorno ai 30 anni.

La sclerosi multipla presenta una serie di sintomi che variano in base alla collocazione delle lesioni sul sistema nervoso centrale. Tra questi il più frequente è uno stato di affaticamento che si presenta anche in assenza di sforzi. Altro sintomo molto comune riguarda la vista: si assiste infatti ad un rapido calo o affaticamento della vista a carico di un unico occhio. Inoltre, spesso, il sintomo di esordio della patologia può essere la neurite ottica.

I soggetti affetti riferiscono intorpidimento, formicolio e assenza di sensibilità al tocco, nonché della percezione del caldo e del freddo. Il quadro descritto può investire braccia, gambe, tronco o anche il volto, con una forte debolezza muscolare.

In molti casi i sintomi si manifestano contemporaneamente, in altri singolarmente. A questi, molte volte possono associarsi disturbi vescicali e intestinali, difficoltà cognitive legate alla concentrazione ed al dolore, spasmi muscolari e problemi nella coordinazione, nonché disturbi di tipo sessuale, del linguaggio e depressione.

Tra le possibili scelte terapeutiche riconosciute per il trattamento della sclerosi multipla rientra anche la terapia con cannabinoidi: in particolare i neurologi hanno a disposizione il Sativex, un preparato spray oromucosale con rapporto THC:CBD di 1:1, che può essere prescritto, appunto, solo da questi specialisti. L’impiego di cannabinoidi sotto forma di estratti oleosi ed infiorescenza, può dunque apportare dei benefici clinici agendo sui dolori, sugli spasmi muscolari e la rigidità, nonchè sull’umore e sulla qualità del sonno. Coinvolgendo il paziente nella decisione è possibile attuare diverse soluzioni terapeutiche che prevedano di utilizzare i principi attivi a disposizione nelle quantità e nelle modalità di somministrazione più adatte al quadro clinico di partenza e alle esigenze del paziente stesso.

Sclerosi Laterale Amiotrofica SLA

Si tratta di una malattia neurodegenerativa che colpisce il sistema nervoso centrale, nota anche con il nome esteso di sclerosi laterale amiotrofica.

La Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) è una malattia neurodegenerativa che porta ad una degenerazione dei motoneuroni e causa una paralisi totale. Attualmente non esiste cura e l’esito è infausto. 

L’incidenza è di circa 1-3 casi ogni 100.000 abitanti all’anno. In Italia si stimano almeno 3.500 malati e 1.000 nuovi casi ogni anno. Tra le malattie degenerative del sistema nervoso, la sclerosi laterale amiotrofica è tra le più comuni e può colpire persone di ogni età e sesso, con un picco nella fascia compresa tra i 50 e i 75 anni. Studi statistici hanno stimato che l’incidenza è maggiore nella popolazione caucasica. La prevalenza, cioè il numero di casi presenti sulla popolazione, è in aumento: questo grazie alle cure che permettono di prolungare la vita del malato.

Attualmente, la comunità scientifica non è ancora riuscita ad individuare quale sia la causa dell’insorgenza della SLA. Da quanto osservato fino a questo momento, sembra esservi una correlazione con mutazioni genetiche, di tipo ereditario o acquisito, tanto da spingere gli esperti della patologia a distinguere due differenti tipologie di SLA, acquisita, la più comune, o genetica.

Tra i fattori ambientali potenzialmente correlati all’insorgenza della patologia abbiamo:

– Il fumo di sigaretta. Gli studi a riguardo sono controversi; secondo i più recenti, fumare aumenterebbe il rischio di ammalarsi di SLA.
– L’attività fisica particolarmente intensa. Pare che gli sportivi che si allenano in modo intenso siano maggiormente inclini a sviluppare la SLA.
– I traumi alla testa. Sembra che i traumi alla testa particolarmente intensi aumentino il rischio di SLA.
– L’esposizione ad alcuni metalli o sostanze tossiche. Tra i metalli incriminati, merita una citazione il piombo.
– L’esposizione ad alcuni agenti patogeni (es: virus).
– La dieta.

Tuttavia, è doveroso puntualizzare che nessuno studio ha ancora confermato in modo definitivo che esista un’associazione tra i suddetti fattori ambientali e la SLA.

I motoneuroni, le cellule coinvolte nell’insorgenza della patologia, hanno origine nel sistema nervoso centrale e si irradiano fino alle zone più periferiche del corpo, svolgendo una serie di attività che consentono: l’attività motoria, la gestione degli organi interni, fino a quella della muscolatura liscia e del cuore. 

I motoneuroni degli individui affetti da SLA sviluppano un danno, che, in modo graduale, diventa sempre più esteso, debilitante e, alla fine, mortale per gli stessi motoneuroni.

Con la morte dei motoneuroni viene a mancare la trasmissione dei segnali messa in atto da queste fondamentali cellule nervose; di conseguenza, il paziente perde progressivamente la capacità di controllare i muscoli scheletrici e viscerali, i quali diventano, per il mancato utilizzo, sempre più deboli e affetti da atrofia.

In alcuni individui, la sclerosi laterale amiotrofica può provocare una tendenza a sbadigliare, anche senza segni di affaticamento, una capacità ridotta a trattenere l’urina e sbalzi di umore con pianti o risate immotivate. Con il progredire della malattia, i sintomi percepiti dal paziente peggiorano fino a bloccare completamente le capacità di muovere gli arti, articolare suoni, deglutire il cibo, con un costante rischio di soffocamento e blocco della respirazione. Non ultima è l’incidenza di demenza frontotemporale

Durante la fase terminale della patologia, le complicazioni, unite ad un marcato peggioramento dei sintomi portano il paziente alla morte. È importante notare che nella maggior parte dei casi, le persone colpite da SLA sono in grado di mantenere le proprie capacità mentali e, attraverso l’utilizzo di dispositivi computerizzati, riescono a comunicare in maniera consapevole con i propri cari.

La terapia con cannabinoidi è utile nel trattamento sintomatologico della SLA, poiché contribuisce al miglioramento della qualità della vita. I cannabinoidi infatti agiscono sullo stato emotivo e sulla qualità del sonno, mentre l’azione miorilassante e antiossidante del CBD, unita all’azione di modulazione della conduzione nervosa del THC, possono portare ad una riduzione della percezione del dolore, contribuendo sinergicamente a ritardare la progressione della patologia stessa.
L’intensità dei sintomi, il loro impatto nel quotidiano, le esigenze e lo stato di salute del paziente saranno alla base delle decisioni terapeutiche più adeguate.  

Sindrome di Arnold Chiari

La sindrome di Arnold Chiari rappresenta una patologia caratterizzata da un’anomalia che colpisce il cervelletto, più nello specifico si tratta di una malformazione a carico della fossa cranica posteriore adibita al raccoglimento di questo organo. Tale struttura anomala determina l’erniazione dell’organo dalla sua sede naturale, andandolo a collocare all’interno del foro occipitale alla base del cranio.

Questa patologia viene classificata attraverso numeri romani (I, II, III, IV) che ne identificano quattro diversi stadi specifici.

La malformazione di tipo uno è definita asintomatica poiché essa non presenta sintomi rilevanti fino all’infanzia o alla tarda adolescenza.

L’assenza di spazio induce una parte del cervelletto a ricercare una diversa collocazione nella zona volta ad accogliere il canale spinale. I pazienti, a questo stadio della patologia, sono spesso inconsapevoli del sussistere dello stato patologico e riescono a condurre una vita in completa serenità.

La malformazione di Chiari di tipo II è congenita e asintomatica, con una protrusione maggiore rispetto a quella di tipo I, che comprende anche il vermis cerebellare e la parte inferiore degli emisferi. La sua comparsa avviene in contemporanea con una forma particolare di spina bifida, nota come mielomeningocele, che definisce il blocco del flusso del liquor attraverso il foro occipitale. In questo caso si può creare una condizione nota come idrocefalo, con relativa interruzione della segnalazione nervosa.

La sindrome di tipo III è congenita e causa problemi neurologici assai gravi, dati dalla spiccata erniazione del cervelletto. Il quarto stadio, invece presenta una mancata formazione di parte del cervelletto, nota come agenesia cerebellare ed è del tutto congenita. Queste ultime due condizioni rappresentano gli stadi più gravi, tanto da essere incompatibili con la vita.

Nelle manifestazioni sintomatiche di tale patologia, l’utilizzo di terapie a base di cannabinoidi è in grado di alleviare il dolore, la nausea, le turbe dell’equilibrio e la rigidità muscolare.

Sia il THC, sia il CBD, riescono a migliorare la qualità della vita dei pazienti. Una terapia ben calibrata e stabilita in base alle necessità e alle risposte del singolo paziente potrà essere valutata in sede di visita con un opportuno specialista.

Sindrome di Tourette

La Sindrome di Tourette si presenta con una serie di tic motori o vocali di diversa intensità e gravità a seconda delle caratteristiche individuali del soggetto affetto e di altre problematiche concomitanti, soprattutto di natura psicologica. La malattia colpisce prevalentemente il sesso maschile e si tratta di una problematica di natura neurologica che si manifesta tendenzialmente nell’infanzia o in età adolescenziale

Vi sono casi nei quali la sindrome ha una remissione con il raggiungimento dell’età adulta, ma questo non sempre avviene.

Diversi studi recenti hanno messo in luce il sussistere di alterazioni del comportamento concomitanti alla sindrome di Tourette. Per esempio, spesso a questa si associa il disturbo ossessivo compulsivo o il disturbo da deficit di attenzione. Tra le cause dell’insorgenza di tale patologia, resta predominante l’ipotesi che si tratti di una malattia che insorge in soggetti caratterizzati da una predisposizione genetica.

Andando ad osservare in maniera più dettagliata quella che è la sintomatologia, si nota come i tic motori siano riconducibili a movimenti involontari ripetitivi che vanno ad associarsi ad espressioni o smorfie del viso. Tra i tic definiti vocali o fonici, si hanno rumori emessi dal naso dalla bocca o dalla gola.

Non raramente, i tic vocali sono correlati alla coprolalia, ossia l’utilizzo involontario di parole o frasi socialmente non ammissibili, come ad esempio un linguaggio blasfemo.

Tra le ipotesi più accreditate in ambito psicoterapico, vi è quella che sostiene che questi tic siano la manifestazione di uno sfogo dello stress generato. Questi infatti sono visti come il rilascio di una pressione che il soggetto affetto sente di dover liberare consapevolmente per alleviare una condizione di disagio. I tic sono spesso gestibili, ma con il passare del tempo possono diventare fonte di forte disagio e di un conseguente isolamento sociale, portando il paziente ad una situazione di forte stanchezza fisica e mentale.

Le origini della sindrome di Tourette, ancora oggi non sono ben note. Certo è che all’insorgenza di tale problematica concorrono fattori di tipo ambientale e genetico. Molti studi hanno evidenziato come i tic possano essere una diretta conseguenza di una anomala produzione di dopamina dovuta a sua volta ad una disfunzione del talamo, dei gangli della base e della corteccia frontale.

All’interno del quadro clinico di questa patologia, una terapia con cannabinoidi può essere un valido supporto al controllo dei tic motori, grazie all’azione miorilassante del THC e all’effetto antipsicotropo del CBD. Il tutto dovrà essere opportunamente calibrato in base alle specifiche esigenze del paziente, valutando in particolare l’intensità e la gravità dei tic che il soggetto manifesta e il loro impatto nella vita quotidiana del paziente.

Nevralgia trigeminale

Questa patologia è contraddistinta da un’infiammazione del quinto nervo cranico (presente sia a sinistra che a destra del cranio e che si divide in tre branche: oftalmica mascellare e mandibolare). Tale infiammazione induce nel soggetto affetto un disturbo dolente, lancinante e pulsante che può colpire il volto in maniera più o meno estesa a seconda dei casi.

Si tratta di una sindrome cronica che si presenta in maniera differente per intensità del dolore percepito e frequenza degli attacchi. Infatti, si possono avere crisi di breve durata e del tutto impreviste, ed altre in successione continua. Il disturbo è percepito in maniera differente da individuo ad individuo, ma tende a crescere di gravità con il passare del tempo, fino a divenire insopportabile ed invalidante.


Le cause della nevralgia non sono state ancora del tutto individuate
, ma è certo che tra queste vi sia una compressione del nervo dovuta alla presenza di alcuni vasi sanguigni. Tra le altre cause riscontrate vi sono la presenza di cisti, formazioni tumorali, emicrania e la malocclusione.

Trattandosi di una patologia fortemente invalidante, un approccio terapeutico con una terapia a base di cannabinoidi può certamente portare beneficio andando ad agire sulla sintomatologia dolorosa, in particolar modo in quei soggetti che hanno sviluppato resistenza alle terapie di prima linea

Dal punto di vista clinico, i pazienti che hanno utilizzato questo tipo di approccio riferiscono un’esperienza positiva con l’utilizzo di preparati a bilanciati a base di THC e CBD o con l’utilizzo di preparati contenenti una maggiore percentuale di THC. Il THC, in particolare è fondamentale per la sua azione analgesica, mentre il CBD contribuisce ad alleviare la sintomatologia grazie alla sua azione antinfiammatoria e all’azione antipsicotropa. La scelta della terapia più appropriata deve essere valutata da un medico in grado di tenere in considerazione le esigenze del paziente e le sue caratteristiche individuali.

Neuropatia diabetica

La Neuropatia diabetica è una patologia che insorge come conseguenza del diabete mellito. Questa coinvolge i nervi periferici degli arti inferiori, facendo sviluppare nel soggetto affetto una condizioni di dolore cronico cui spesso, vanno ad aggiungersi problematiche di natura cardiovascolare.

Questa complicazione è molto diffusa tra i pazienti colpiti da diabete di tipo 2, ma è in grado di colpire anche i soggetti affetti da diabete di tipi 1.

Il legame di questa patologia con il diabete è ormai consolidato, tuttavia sussistono altre condizioni in grado di contribuire all’insorgenza della neuropatia diabetica. Tra queste troviamo alcune problematiche riguardanti il sistema nervoso periferico in corso di prediabete (ridotta tolleranza glucidica), spesso associata alla sindrome metabolica (condizione caratterizzata da un eccesso di grasso addominale, aumento dei livelli di colesterolo e trigliceridi, ipertensione arteriosa ed insulino resistenza).

La neuropatia diabetica è classificabile in polineuropatia simmetrica, neuropatia autonomica, radicolopatia e neuropatia dei nervi cranici e mononeuropatia.

La polineuropatia simmetrica è la forma maggiormente diffusa e colpisce la parte distale di piedi e mani inducendo una notevole riduzione della forza muscolare ed uno spiccato incremento della percezione del dolore. A questo quadro si associa, inoltre, una forte predisposizione allo sviluppo di ulcere, infezioni, fratture, e alterazioni delle strutture del piede

La neuropatia autonomica invece è contraddistinta da da un forte abbassamento pressorio, con conseguente presenza di tachicardia a riposo e problematiche relative alla sfera dell’apparato sessuale e digerente.

La radicolopatia, a sua volta, è caratterizzata dalla presenza di dolore a carico dell’apparato addominale e degli arti inferiori.

La neuropatia dei nervi cranici vede coinvolti i nervi del cranio e dell’occhio, andando ad alterare la funzionalità visiva e le funzioni motorie degli stessi, fino a giungere alla paralisimotoria

La mononeuropatia riguarda, invece, il funzionamento delle dita e dei piedi, provocando intorpidimento e debolezza.

Nella neuropatia diabetica, la terapia con cannabinoidi trova spazio grazie al suo effetto analgesico sul dolore neuropatico (grazie soprattutto all’azione del THC) e grazie agli effetti ipoglicemizzanti ed immunomodulatori del CBD.

I pazienti affetti da tale patologia presentano spesso un quadro complesso e sono, inoltre, soggetti a diversi trattamenti farmacologici. Per questo motivo una terapia a base di cannabinoidi potrebbe risultare utile anche per ridurre il dosaggio o l’assunzione di determinati farmaci presenti nella terapia, andando a ridurre cosi il rischio di eventuali interazioni ed effetti collaterali.

Medici palliativisti specializzati nel trattamento con cannabinoidi

Marco Bertolotto Clinn Ultraspecialisti

dr. Bertolotto Marco

Medico Palliativista
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Stefania Fossati Oncologo Cure Palliative Cannabis

dr.ssa Fossati Stefania

Oncologo, Medico Palliativista, Psicoterapeuta
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